Landscape Books 2025
recensione di Renato Sferruzza
Per il primo incontro del nuovo anno il Gruppo di lettura, proseguendo nella sperimentazione di letterature extra-europee, aveva scelto – sia pure con qualche perplessità – un libro scritto negli ultimi anni dell’Ottocento da un autore a noi sconosciuto, José Rizal, che ha tra l’altro pubblicato questo romanzo di quasi cinquecento pagine ambientato nelle Filippine di fine secolo.
In realtà ad intrigarci, oltre alle notizie raccolte sull’autore, appartenente ad una ricca famiglia di origini cinesi, che è l’eroe nazionale delle Filippine ed è stato fucilato a soli 36 anni per la sua attività in favore della liberazione del suo Paese dalla dominazione spagnola, è stato apprendere che viene considerato il Manzoni filippino.
La scelta si è rivelata azzeccata e nell’incontro di gennaio il Gruppo ha decretato quasi un trionfo al libro e al suo autore, seppure non gli ha lesinato osservazioni e critiche, come vedremo.
Innanzi tutto ci ha stupito la scoperta della breve ma intensa vita dell’autore che, come il protagonista del libro, ha vissuto e studiato a lungo in Europa. Rientrato in patria Rizal ha sostenuto il movimento di integrazione delle Filippine con la Spagna con mezzi non violenti e l’avvicendamento di un clero filippino con quello spagnolo dominante e oscurantista. E questo ci ha portato a scoprire anche la storia sin qui totalmente ignorata (almeno da chi scrive) di quel Paese, per circa quattrocento anni colonia della Spagna, passato poi agli Stati Uniti, sotto il cui controllo è ritornato dopo l’invasione dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale, per ottenere finalmente l’indipendenza nel 1946.
Per quanto riguarda l’opera, sin dalla prima pagina si è fatta apprezzare per la scrittura ironica, poi ritrovata in molti passi andando avanti nella lettura, con accenti addirittura comici nella descrizione di personaggi e situazioni. L’ironia non risparmia il clero tanto spagnolo quanto filippino, l’impostazione dell’educazione scolastica, l’organizzazione dell’amministrazione, la sudditanza di buona parte dei rappresentanti di quest’ultima alla volontà del clero e via discorrendo.
Nel libro si ritrova la cultura europea dell’autore che a volte richiama scrittori dei Paesi che in Europa ha visitato, arrivando a citare espressamente Dante, e ci sembra di trovare evidenti influssi di Dumas padre per esempio nell’andamento da romanzo d’appendice delle avventure che si intrecciano nel racconto. Anche il sentore di “questo matrimonio non s’ha da fare” che aleggia sull’amore tra la bella Clara e don Crisostomo sembra giustificare, al di là di altri possibili parallelismi, la considerazione di Rizal come di un Manzoni filippino.
Tutti abbiamo riconosciuto di essere stati presi dalla trama, dall’accavallarsi e intricarsi degli avvenimenti e dei loro sviluppi. Senza contare l’abbondanza, forse eccessiva, dei personaggi, tutti però perfettamente delineati che quasi ne puoi disegnare la figura e ricchi ognuno di sfaccettature ora filosofiche, ora caricaturali, ora di commovente umanità. Il tutto inserito in una vicenda il cui dipanarsi consente al lettore di venire a conoscenza dei variegati aspetti della società filippina dell’epoca con riguardo ai rapporti sociali, alla gerarchia amministrativa, alle condizioni economiche dei più agiati e dei poveri, alla prevaricazione e ai soprusi nei confronti dei più deboli da parte di chiunque – militare, religioso o titolare di una qualsiasi carica – voglia scaricare verso il basso le proprie frustrazioni esercitando la briciola di potere che detiene.
In certi casi, forse per stemperare questo tipo di rappresentazione, si arriva alla macchietta come nel caso di don Tiburcio e sua moglie donna Victorina del los Reyes de Espadana, o dell’Alférez e di sua moglie donna Consolacion.
Dopo la fallita rivolta e la fuga dal carcere di don Crisostomo Ibarra, la sua figura assieme a quelle del misterioso Elias e del capo dei ribelli Pablo sono rappresentative dei diversi modi di interpretare la lotta per affrancarsi dal predominio spagnolo.
La vicenda, tra colpi di scena che a volte ci hanno fatto pensare anche al Conte di Montecristo, giungerà al suo epilogo, ma non intendiamo anticipare nulla per non togliere ai possibili nuovi lettori il piacere di farsi catturare dalla storia, come a noi è avvenuto.
Ci limiteremo ad alcune osservazioni che attengono piuttosto ad aspetti stilistici, al modo in cui il libro è stato scritto. Abbiamo letto che il libro non è stato considerato un capolavoro dal punto di vista letterario e in realtà a noi a volte è sembrato che l’autore, nella foga del racconto, abbia come smarrito il punto di arrivo di un’azione o di una delle tante vicende secondarie che coinvolgono personaggi minori, privilegiando l’urgenza di lanciare il suo messaggio sugli aspetti della società e della storia filippina che gli preme portare a conoscenza del lettore. Un altro appunto che è stato bonariamente sollevato è la numerosità dei personaggi, che a volte rende difficile seguirne le vicende, se non addirittura poco chiari i rapporti pregressi tra di loro.
Ma sono, questi, peccati che abbiamo unanimemente considerato veniali di fronte alla forza della storia, che avvince pagina dopo pagina nella sua anima romanzesca, ma che nello stesso tempo riesce a coinvolgere il lettore nella scoperta di tutti quegli aspetti distorti della vita sociale e politica filippina contro i quali l’autore si è battuto con un impegno che lo ha alla fine condotto davanti al plotone d’esecuzione.

